Shetlanders, gli abitanti delle Shetland

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Tommy e Mary Isbister, shetlanders © Andrea Lessona

Tommy e Mary Isbister, shetlanders © Andrea Lessona

Tommy e Mary Isbister accarezzano la criniera folta del loro pony, e sorridono nel vento di Burland. È qui, nel podere cui hanno dedicato vita e amore, che questi shetlanders vivono dal 1976 nel rispetto di antiche tradizioni e della natura.

Ed è qui, sull’isola di Tondra, florida appendice della Mainland delle Shetland, che sono arrivato da Lerwick per conoscerli e farmi raccontare la loro storia. Una storia d’altri tempi, fatta di tanta fatica e di grande coraggio.

È così che mi ha detto prima Tommy, volto e mani di cuoio dalla stretta gentile mentre seduti nella dependance lo ascoltavo e guardavo il blu del mare di fronte casa. Ormai in pensione fa da supervisore alla sua attività.

Un’attività che comprende l’allevamento e le colture: “I nostri agnelli delle Shetland e il nostro pollame sono cresciuti in modo ‘ruspante’ – mi ha detto mentre sorseggiava il proverbiale tè portatoci dalla moglie Mary -. Penso che così si mantengano sani e felici e si riduca il rischio di malattia”.
 
Poi, in un inglese sempre più stretto che ha bisogno di gesti per essere compreso, ha aggiunto: “Tutte le piante sarchiate e i cereali che abbiamo qui sono coltivati ​​utilizzando concime biologico prodotto nel nostro podere. Lavoriamo la terra in sintonia con la natura”.

Tommy mi ha detto che come tutti gli shetlanders ha sempre fatto un po’ di tutto, e una delle sue grandi passioni negli ultimi vent’anni è quella di fabbricare violini. “Anche viole e violoncelli, alcuni dei quali sono stati ‘esportati’ in Irlanda, Inghilterra, Scozia e in America”.

Un altro suo grande amore sono le barche che lui stesso ha iniziato a riparare e poi a costruire dal 1956. Ed è così che accompagnati da Mary siamo usciti a scoprire Burland: acri distesi sino a dove inizia il mare, e le imbarcazioni di Tommy vivono di vento e salsedine.

Sono costruite secondo gli antichi dettami norreni, quelli tramandati nei secoli dai primi abitanti dell’arcipelago. “Con loro ci intendiamo a meraviglia quando ne parliamo – mi ha spiegato -. Anche se negli anni il nostro dialetto è cambiato, riusciamo a farci capire bene. Noi non siamo scozzesi, siamo shetlanders”.

Come altri prima di lui, Tommy me lo ha detto con orgoglio: si sente discendente di quella stirpe che arrivò qui e creò un mondo svenduto dalla Norvegia alla Scozia per una dote non pagata e oggi tradito dalla Gran Bretagna che sfrutta la maggior parte delle riserve naturali nelle isole.

Dopo il padrone di Burland mi ha mostrato una delle sue yoal, le barche dei pescatori delle Shetland. Diventate popolari, adesso vengono usate per le gare di canottaggio. Tommy ne ha costruita una, “Netti”, che ha partecipato alla corsa del Grande Fiume a Londra nel 1999, e ha ottenuto il sesto posto assoluto e il primo della sua classe.

Accompagnati dalla moglie, abbiamo proseguito il nostro viaggio nel podere: e così superato un vecchio ponticello in legno, ho potuto vedere le vecchie macine del mulino ad acqua. Lì vicino è stata ricavata la piccola abitazione di un troll – giusto per non tradire le origine norrene.

Girando intorno alla casa abbiamo camminato al lato dei campi dove un grande trattore spianava il terreno per future coltivazioni. Tommy indicando l’autista mi ha detto facendomi l’occhiolino: “È giovane, adesso lavora lui per me”.

Aperto il recinto vicino, i coniugui Isbister mi hanno fatto entrare dove i loro pony pascolano liberi e nel vento di Burland hanno iniziato ad accarezzarli: shetlanders, come loro, dal cuore e dall’orgoglio norreno.

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