Fort George, fortezza di Scozia

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L'entrata di Fort George, Scozia © Andrea Lessona

L'entrata di Fort George, Scozia © Andrea Lessona

Il gabbiano scozzese vola libero oltre la Union Jack e lo stemma della Gran Bretagna. Mentre cammino sul ponte in legno verso l’ingresso, guardo i simboli del vecchio Impero sovrastare il timpano di Fort George, la fortezza militare costruita a pochi chilometri da Inverness, capitale delle Highlands.

Dietro le mura spesse e fortificate, il cemento si allarga su una piazza enorme, divisa dal verde di un prato curatissimo. Gli edifici sono tutti imponenti e squadrati, tipici di una struttura militare: ospitano il “Royal Irish Regiment” e il “The Black Watch, il terzo Battaglione del Royal Scottish Regiment”.

Ma i visitatori possono girare liberamente in quasi tutte le zone della guarnigione, costruita dopo l’insurrezione giacobita del 1745: quella che avrebbe dovuto riportare sul trono scozzese l’ultimo degli Stuart: il principe Carlo Edoardo, conosciuto come Bonnie Prince Charles.

Nel 1748 il colonnello William Skinner, ingegnere militare del re per il Nord della Gran Bretagna, iniziò i lavori qui, anziché nella vecchia sede di Inverness, vicino al castello, fatto saltare dagli insorti durante il Fortyfive.

Per edificare la struttura, il Consiglio cittadino richiedeva una forte somma come risarcimento per la perdita di parte del proprio porto. E così si decise di cambiare luogo, scegliendo questo sito.

Nata per imporre alle Highlands la presenza militare britannica e sedare nuove rivolte, che non vennero mai, la cittadella è considerata la più grande fortificazione di artiglieria leggera d’Europa.

Mentre cammino sui bastioni, incontro diversi cannoni puntati verso l’estuario, il Moray Firth, da dove sarebbero potuti arrivare i nemici. Ma le uniche imbarcazioni a solcare le acque gelide al giorno d’oggi sono quelle che trasportano i viaggiatori a caccia di una fotografia dei tursiopi, i famosi delfini dal naso di bottiglia.

Spinto dal vento che mi taglia la faccia e dalla pioggia che nega i colori dell’orizzonte, annegandoli in unico grigio, scendo dalle mura e continuo a scoprire la struttura. Dopo aver salutato i due soldati finti che fanno la guardia all’ingresso, entro nel Regimental Museum dei Queen’s Own Highlanders.

Il caldo sorriso della signora alla reception mi accoglie in questo edificio che ospita una collezione ricchissima. “Enjoy your visit”, mi dice cordiale. “Prima di salire le scale, dia un’occhiata anche la stanza, lì vicino alla porta”.

Nella camera al pian terreno come in quelle di sopra ci sono esposte una moltitudine di vecchie armi: proteggono le bandiere e le divise dei battaglioni che hanno affrontato tutte le battaglie combattute dai britannici negli ultimi due secoli. Qualche lettera, qualche dispaccio da terre lontane si contendono le grandi teche, mentre nelle più piccole brillano sotto i neon antiche monete e medaglie.

Esco di nuovo sull’asfalto che divide le caserme dei soldati. Cammino per centinaia di metri, supero alcune caratteristiche cabine telefoniche rosse e poi, infreddolito e inzuppato, entro nello spaccio: di militare ha davvero poco, è molto più simile a un bar tradizionale. Con una non poco trascurabile differenza: non serve alcolici.

Ai tavolini ci sono molti ospiti, le mani strette a una tazza di tè caldo, e solo un soldato che naviga in Internet su uno dei tre computer del locale. Il calore all’interno appanna i vetri, ma anche se non la vedo, la pioggia continua a cadere di fuori, scrosciando.

L’affronto: berretto calato, bavero del giubbotto alzato, e mi dirigo verso l’ultimo posto del forte che si può visitare: la chiesa della fortezza. La porta in legno è pesante e fa cigolare i cardini mentre la apro.

Seduta vicino all’entrata, c’è una donna con un pastore tedesco al guinzaglio, immobile. Fissa il piccolo altare davanti a lei. Dietro spiccano i riflessi colorati dei vetri dove si trova una scritta in ricordo di tutti i caduti.

Cammino lungo la navata e mi siedo un attimo su uno dei pochi banchi in legno. Appoggiata, trovo l’edizione di una bibbia a colori illustrata. L’organo alle mie spalle è muto. Ma nell’aria rarefatta della chiesetta, un disco registrato suona l’Inno alla gioia di Beethoven.

Per approfondire:
Wikipedia

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